Nemo e i Selfie Estremi mortali: il bisogno di emozioni forti

Selfie estremi mortali
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Selfie estremi mortali

Sai cosa sono i Selfie Estremi?
Sapevi che ogni anno muoiono circa 170 persone a causa dei selfie?

Ammetto che non è uno dei titoli più felici della storia, ma è di questo che oggi parleremo. Argomento abbastanza spigoloso, perché esploreremo il confine tra la vita e la morte e sarà impossibile per ognuno di noi fare la propria riflessione senza invadere il campo dell’etica, soprattutto quando si parla di libertà di ciascuno di fare ciò che desidera pur mettendo a repentaglio la propria vita.
Parleremo infatti di selfie estremi legati al bisogno di sentire emozioni forti correndo alti rischi di pericolo.

La riflessione parte dopo aver visto un servizio del programma televisivo “Nemo” in cui viene intervistato e seguito nelle sue gesta un ragazzo italiano di 18 anni nell’atto di scattare dei “selfie estremi”. Per chi non lo sapesse, i selfie estremi (anche detti “Daredevil Selfie” sono degli autoscatti proprio così come noi li conosciamo, in formato video o fotografico, ma in situazioni di alto rischio e pericolo: ad esempio, sui binari mentre un treno sta arrivando ad alta velocità oppure sui tetti, come il caso di questo ragazzo, camminando sul cornicione in bilico tra il vuoto è il pavimento, tra la vita e la morte.

Mi sembra interessante parlare di questo argomento sia perché gran parte di questi ragazzi ha la prospettiva di fare dei selfie estremi una vera e propria professione – il che significa che ci sono degli sponsor che investono su queste gesta, seppur rischiose – e sia perché  tutto ciò che riguarda i ragazzi e gli adolescenti può essere considerato lo specchio della società moderna. Farò quindi un parallelismo con la situazione e il contesto attuale che viviamo tutti i giorni: un contesto che è molto veloce, dinamico, che cambia continuamente.

Lo scopo sono i like?

La prima riflessione che ognuno di noi è portato a far a primo impatto è quella che ritengo la più superficiale: “Questi ragazzi lo fanno per raccogliere like, visualizzazioni e condivisioni da parte dei loro coetanei”. Effettivamente il ragazzo stesso del servizio di “Nemo” dice che la finalità ultima è la condivisione, ma dare una giustificazione di questo tipo da parte di ciascuno mi sembra superficiale poiché è un modo semplicistico per liquidare l’argomento e prenderne le distanze.
Quello che vediamo non ci piace, ci fa provare sensazioni contrastanti e quindi, automaticamente, ci allontaniamo.

Non teniamo però in considerazione che la realtà dei selfie estremi ci circonda e riguarda la vita di tutti noi: selfie estremo non è soltanto quello che mette in pericolo la propria vita, ma fa anche perdere il focus di ciò che si mette in gioco di sé. È quindi una situazione eccessiva in tutti i sensi, come un uso estremo della sensualità del proprio corpo, dell’erotismo, e anche dell’atto stesso di documentare continuamente la propria vita sui social (che oggi la psicologia, tra l’altro, ci dice che rappresenta una psicopatologia).

Allora sì che diventa una situazione estrema che riguarda effettivamente la vita di ciascuno di noi. Un modo di renderla spettacolare per “apparire”. È proprio questo il messaggio che passa nella società odierna: per essere una persona di successo e riuscire nella vita, occorre accogliere e raccogliere consensi da parte degli altri.
È un mondo che spinge oggi ad apparire piuttosto che essere, e persino la voglia di sfidarsi e di superare i propri limiti, di affrontare le proprie paure va in questa direzione. Si è in continua competizione con se stessi, in competizione con gli altri per poi, alla fine, condividere.

La ricerca di senso

C’è un servizio da parte della BBC sui selfie estremi in cui un ragazzo russo dice che probabilmente non farebbe ciò che fa se non avesse l’opportunità, attraverso lo smartphone, di condividerlo con gli altri.
Di sport estremi se ne sono sempre praticati e l’uomo ha sempre provato a spingersi oltre i propri limiti, ma in questo caso, che riguarda soprattutto i ragazzi e gli adolescenti, l’aspetto particolare è la facilità nel condividere e nel mostrare agli altri ciò che vogliono vedere per sentirsi riconosciuti e visti. Dare così valore alla propria vita e cercare quindi un senso, senza comprendere però che il senso stesso non va ricercato all’esterno, altrimenti si finisce con il dipendere sempre da fattori che sono al di fuori di noi.

Il vero senso, che poi dà valore alla propria esistenza e restituisce autostima, è proprio all’interno di noi stessi.

La noia dell’uomo e l’arte di annoiarsi

La seconda riflessione è quella che riguarda la noia. La società oggi è molto veloce, dinamica, non si ferma mai: non c’è tempo e non c’è spazio per fermarsi un attimo ed iniziare a comprendere quello che succede. Non c’è spazio, cioè, per la noia, per i sentimenti e per le emozioni.

C’è un’intervista del professor Galimberti in cui dice che i ragazzi di oggi provano disagio perché non hanno spazio e tempo per annoiarsi. I genitori mettono subito davanti un’alternativa pronta, ben confezionata per permettere ai propri figli di non annoiarsi ed evitare questa sensazione. La differenza però con i tempi in cui ci si poteva annoiare è che ci si ingegnava, si inventava qualcosa di molto creativo e soprattutto personale che potesse sì divertire, ma soprattutto rappresentare e rispecchiare la persona che costruiva l’esperienza del gioco o dell’attività. Avere sempre le alternative pronte oggi significa poterle provare tutte: andare di fiore in fiore fin quando ci si sente soddisfatti.

Si prova qualcosa che sul momento piace, regala emozioni e restituisce sensazioni, ma subito dopo non serve più e viene messa da parte per cercare subito qualcos’altro. Provare ad andare oltre!
Questo crea un certo senso di assuefazione nei confronti degli stimoli esterni, fino ad arrivare al punto che una volta esaurite tutte le alternative si abbia il bisogno di provare e di ricercare sensazioni sempre più forti. È lì che allora avviene l’appannaggio dello scopo: pensare soltanto a sentirsi vivi non tenendo in conto i pericoli che si possano correre, il rischio che si vive.

È come rimanere continuamente per aria: usando la metafora dell’altezza nella scalata dei grattacieli, si rimane sempre con i piedi non per terra ma in bilico tra una parte e l’altra. Per farti un esempio, un parallelo con la società di oggi: quando noi non abbiamo più bisogno di qualcosa cosa facciamo? Con un clic su Amazon o su qualsiasi negozio online riusciamo ad avere un prodotto nuovo che ci possa soddisfare di più rispetto al vecchio lasciato da parte.
Funziona così oggi anche con le relazioni: c’è bisogno di provare forti emozioni continue (se pericolose ancora meglio, ed ecco perché piace il brivido del tradimento tra l’essere scoperti è il fare le cose di nascosto), fino a mettere addirittura da parte il proprio compagno o la propria compagna quando si sente che non siano più abbastanza, e attraverso un’applicazione poter andare oltre, alla ricerca della prossima persona da conquistare e da metter poi nuovamente da parte.

Tornare con i piedi per terra

Va da sé, allora, che la società di oggi ha un grande bisogno, cioè quello di poggiare i piedi per terra e di non andare alla continua ricerca dello straordinario rischiando anche la propria vita e la propria incolumità, o comunque mettendo in gioco parti di sé che non ritornano più indietro una volta perse. Solo piantando i piedi per terra e rimanendo radicati nella vita di tutti i giorni si potrà godere di una cosa che non si era tenuta in considerazione prima: l’ordinario (e non intendo l’alternativa della vita standard, così come dice il ragazzo nel servizio di “Nemo”).

Questo può essere un messaggio per qualsiasi persona ma anche e soprattutto per un ragazzo che è stimolato all’emulazione di queste gesta pericolose e che tra l’altro sono anche illegali in gran parte degli stati d’Europa. Non esiste soltanto la possibilità di una vita standard, noiosa, fatta di studio e poi di lavoro che impiega tutta la giornata. E l’alternativa unica non è soltanto una vita fatta di emozioni forti sull’immediato, sulla ricerca di sensazioni straordinarie che però non ti danno la certezza di rimanere al sicuro e non ti preservano.

Esiste la terza opzione, di una vita completa che ti fa star bene e che ti fa star anche male, ma che ti permette comunque di coglierne qualsiasi aspetto pur preservandola. Se prendi questa consapevolezza, o se comunque inizi a concepire questa terza alternativa, allora prova a trovare e ad attraversare questa strada. Se non riesci a farlo da solo, sappi che puoi farlo in compagnia anche di altre persone per scrollarti un po’ questo peso dalle spalle, per farti accompagnare. Persone che però sappiano farlo, che siano competenti in questo settore e ti possano stare vicino per tutto il cammino.

Quindi non preoccuparti di poter ricorrere a loro nella tua città o nella tua famiglia, tra le persone che ti sappiano sostenere e supportare in questo.

Concludendo

Bene, questa era la mia riflessione riguardo a un fatto attuale che oggi stesso ha delle ripercussioni sulla vita di molti ragazzi che, nel tentativo di emulare il proprio beniamino e la persona che ammirano, purtroppo si mettono in pericolo. Ci sono anche dei casi di cronaca nera che sono già successi, anche in Italia.

Quindi ti invito ad esprimere anche tu la tua riflessione lasciandola nei commenti, oppure se vuoi puoi commentare in maniera privata mandandomi un messaggio al numero su Whatsapp 3293211971.
Un abbraccio, e alla prossima!

Nemo e i Selfie Estremi mortali: il bisogno di emozioni forti ultima modifica: 2018-05-17T14:53:33+00:00 da Sebastiano Dato
Sebastiano Dato
Sebastiano Dato
Counselor di indirizzo Gestalt, Coach Professionista e Formatore. Aiuto le persone a sentirsi nel proprio posto nel mondo, accompagnandole in un percorso di scoperta delle loro potenzialità al servizio dei loro obiettivi.